Madrid, 31 maggio 2012 REPORTAGE

Nella capitale spagnola manifestano oltre 10 mila minatori, mentre il paese vive con il fiato sospeso la peggior crisi economica degli ultimi decenni

Reportage di Lorenzo Pasqualini

“E’ il 31 maggio del 2012, sono le 13 e 30“.
Così recita la voce automatica su un autobus della linea 147 di Madrid, sul quale sono appena salito all’altezza del Ministero dell’Industria.
Dall’altra parte della larga strada, al di là del cordone di poliziotti bardati con caschi e scudi, ancora migliaia di minatori intonano slogan e lanciano petardi verso l’edificio del Ministero. Sono botti sordi, secchi, che rimbombano sopra il caos del traffico e delle trombe suonate dai lavoratori. La gente si affaccia al finestrino del bus, per vedere meglio, le macchine rallentano per vedere.Una cortina di fumo bianco si alza. I poliziotti in assetto antisommossa si muovono nervosi. Poco dopo, quando il grosso dei manifestanti se ne sarà andato, caricheranno arrestando alcuni minatori e provocando feriti, fra cui anche un giornalista. Usano manganelli lunghi e pesanti, las porras, come le chiamano qui. I sindacati hanno condannato le cariche giudicandole una reazione sproporzionata.

E’ appena terminato il comizio dei sindacati, su un palco davanti l’entrata. Toni forti, arrabbiati. La situazione è critica, la lotta si indurisce. Il governo non ascolta questo settore del mondo del lavoro falcidiato dalla crisi e che ora viene privato anche degli aiuti che finora riceveva.
Prima che il comizio finisse, a centinaia hanno intonato l’inno di Santa Barbara con i pugni chiusi alzati. Momenti forti, commoventi. L’inno parla di minatori morti, di sangue rosso che macchia.

Madrid, 31 maggio 2012. I minatori spagnoli intonano l’inno di Santa Barbara al termine della manifestazione davanti il Ministero dell’Industria. (foto:Lorenzo Pasqualini)

I minatori si sono alzati prima dell’ alba per venire fin qua, a migliaia. 12 mila secondo i sindacati, molti meno secondo la polizia, nel solito balletto di cifre assurdo, dove da parte del potere si gioca a sminuire la forza di chi lotta.
Prima di arrivare al ministero hanno sfilato lungo l’ampio Paseo de la Castellana, un grosso viale che percorre Madrid da nord a sud, gridando slogan e mostrando striscioni.

Uno di questi mandava una critica indiretta agli indignados spagnoli. Sullo striscione c’era scritto: “Noi non siamo indignati, ne abbiamo le palle piene”.
A segnare uno spirito diverso anche i pugni chiusi e la determinazione della manifestazione, accentuata dai continui botti dei petardi.

Quella di oggi era la quarta giornata di sciopero per i minatori di tutta Spagna, ma vista l’assenza di volontà del governo di arrivare a un accordo, proprio ieri le centrali sindacali hanno annunciato lo sciopero a oltranza in tutte le miniere.

La situazione per le miniere di carbone spagnole è infatti drammatica. Lo era già prima, con la concorrenza spietata della Cina, lo è ancora di più adesso, quando fra le tante misure di riduzione del deficit adottate dal governo di Rajoy sono state decurtate di 2/3 le sovvenzioni al settore minerario, specialmente quello del carbone, presente soprattutto nelle regioni del nord come le Asturie e la Castilla y Leon.
Ciò che chiedono i minatori è che non vengano tagliate le sovvenzioni perché altrimenti il settore verrà definitivamente affossato. La chiusura delle miniere derivante da questi tagli porterebbe la disoccupazione in quelle aree a livelli ancora più alti di quanto già non sia, creando situazioni sociali esplosive. Si parla di decine di migliaia di nuovi disoccupati, sia diretti che indiretti (l’indotto del settore minerario sarebbe ugualmente colpito).

Lo hanno detto a chiare lettere i vari leader sindacali e politici, durante il corteo. Dalle Comisiones Obreras (CCOO) alla Union General de Trabajadores, (UGT) da Izquierda Unida (IU) fino al Partido Socialista (PSOE), la voce è unanime: il governo torni sui suoi passi prima che sia troppo tardi e vengano definitivamente affossate le miniere spagnole, con conseguenze catastrofiche a livello sociale.

Intanto l’autobus 147 prosegue lungo l’ampio Paseo de la Castellana, l’eco dei botti si fa sempre più lontano. Il bus passa veloce davanti lo stadio Bernabeu, quello dove la nazionale italiana vinse il mondiale di calcio del 1982.  È circondato da decine e decine di pulman su cui a centinaia salgono uomini e donne con bandiere e striscioni ormai ripiegati. Stavolta non sono pulman di tifosi, sono i pulman dei manifestanti che tornano alle loro città. La maggior parte vengono dal nord, dalle zone minerarie della Castilla y Leon, delle Asturie ma anche dalla Aragona.

Il bus continua la sua corsa, scende verso sud, attraversando il barrio di San Bernardo, e poi giù fino alla Gran Via. La giornata è calda, il sole rovente illumina la città frenetica. Il traffico è intenso, sui marciapiede si accalca la gente, e sui tavolini dei bar gli avventori non mancano. Passano frequenti i bus turistici a due piani, con i turisti che fanno foto. Immagini di normalità, la Madrid frenetica e viva e calda di sempre. Non sembra di vivere nel pieno di un uragano. Eppure basterebbe andare in periferia, fuori dalle strade turistiche, per assistere ogni giorno a un nuovo sfratto, a un nuovo desahucio. Arrivano i blindati della polizia a portarsi via le persone che si barricano in casa. A volte ad aiutarle arrivano anche gli indignados che in più situazioni hanno occupato case per dare un tetto a chi era stato buttato fuori. Sono ormai decine di migliaia gli sfatti eseguiti negli ultimi due anni in Spagna. Tutta gente che si era indebitata, e che la crisi sta spazzando via, o semplicemente persone che non riescono più a pagare l’affitto perché disoccupate. Basterebbe andare nei centri di impiego, dove una marea di persone disperate cercano un impiego di ogni tipo. O nelle periferie piene di problemi sociali, o parlare con gli impiegati pubblici a cui si continua ad abbassare il salario, o con chi è stato appena licenziato.

Edifici abbandonati in Piazza di Spagna, nel cuore di Madrid (foto tratta da El Pais, fotografo: Claudio Alvarez)

E poi basterebbe girare un po’ meno superficialmente per Madrid per accorgersi della grossa quantità di negozi chiusi, sprangati, e del proliferare di “Compro Oro”, già presenti anni fa, ma oggi aumentati. Piazza di Spagna, nel cuore di Madrid, a due passi dal palazzo reale dove risiedono i Borboni, riesce a rappresentare in piccolo la situazione del paese. Su almeno due lati della piazza, grossi grattacieli sono interamente vuoti, abbandonati. Gli uffici abbandonati sono abitati da centinaia di senza tetto che hanno incontrato qui rifugio, come racconta un reportage recentemente pubblicato. Su uno di questi si legge ancora l’insegna “Telefonica”. I vetri delle finestre sono rotti, e gli okupa hanno scritto enormi murales sulle pareti.

Un uomo seduto sul bus 147 legge il quotidiano El Pais. “Neanche Bruxelles frena l’uragano”è il titolo cubitale in prima pagina, e sotto: “lo spred raggiunge un nuevo record, nonostante l’appoggio della Commissione Europea alla Spagna”.
Ieri, 30 maggio, lo spread spagnolo ha raggiunto il record di 540 punti, una cifra che non toccava dalla crisi del 1993, quando c’era ancora la Peseta. I nervi sono tesissimi nei palazzi del potere, la situazione peggiora ogni giorno e l’impressione è che il peggio debba ancora venire.

Poco dopo in Puerta del Sol, piena di turisti e di compratori di oro, altro segno della crisi, e dove non c’è traccia delle folle di indignati che fino a due settimane fa l’hanno riempita, compro anche io El Pais.
Un articolo a pagina 8 racconta bene la situazione: “neanche veterani politici come Rajoy, Guindos e Montoro (rispettivamente il presidente del consiglio spagnolo, il ministro dell’economia e quello dell’amministrazione pubblica) potevano nascondere ieri sui loro visi la tensione del peggior momento economico della storia recente di Spagna”. L’articolo continua ricordando come Rajoy abbia vinto le elezioni con l’idea che con la sua vittoria sarebbe arrivata la fiducia dei mercati nel paese, mentre dopo solo 6 mesi, dopo aver preso a picconate i diritti sindacali conquistati nel post dittatura e le basi dello stato sociale spagnolo, con spaventosi tagli all’educazione e alla sanità pubbliche, non sa più che fare, in balia di una tempesta che ogni giorno minaccia di sprofondare in un collasso europeo totale, trascinata dalle banche indebitate fino al collo, dalla catastrofe chiamata Bankia.

Dove va la Spagna? Dove va l’Europa? C’è chi dice che fino alle elezioni greche del 17 giugno non si saprà. Tutto è appeso a un filo. Dopo il tracollo di Bankia potrebbero spuntare fuori nuovi scheletri negli armadi delle banche spagnole e far precipitare ulteriormente la situazione. Ormai addirittura l’esistenza stessa della moneta unica è a rischio.

Nel mezzo di questo disastro nelle vie del centro di Madrid la vita sembra normale, il traffico fluisce rumoroso, i turisti camminano sugli ampi marciapiedi di Calle de Alcalà, o nelle piacevoli stradine di Lavapies, Malasaña e della Latina.
Eppure qualcosa c’è nell’aria. Mentre i minatori tornano sui bus verso le loro case, resta nell’aria il fragore dei petardi di questa mattina, degli slogan urlati, delle cariche della polizia. Resta nell’aria il sentore di qualcosa di grosso che sta per esplodere. Già piove da due anni, si dirà, la disoccupazione è a livelli altissimi e la crisi sociale peggiora giorno dopo giorno. La bomba è già esplosa.

Eppure i botti di questa mattina ricordavano i tuoni prima di un grosso temporale, ancora non esploso del tutto. Domani inizia giugno. Giugno 2012. Il mese in cui si scriverà la storia futura del nostro continente, del suo nord e del suo sud. Della Spagna e dell’Italia, che tanti problemi hanno in comune. Cosa accadrà? Resta poco per saperlo, giugno inizia già domani.

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