Agricoltura, crisi del riso in Italia e Spagna: l’importazione del riso asiatico mette a rischio il settore

arroz italiaIl settore della risicoltura europeo è nel mezzo di una gravissima crisi, che nel giro di pochi anni può addirittura mettere in discussione la coltivazione del riso in Europa.

L’Italia produce circa metà del riso della UE e la Spagna circa il 25% con una situazione simile per le superfici coltivate. A livello mondiale però la produzione europea è trascurabile, perché il 90% del cereale viene prodotto in Asia, soprattutto in Cina ed in India, che insieme coprono circa metà della produzione mondiale.

Italia e Spagna: leader nella produzione del riso in Europa

Il riso europeo ha un prezzo molto più alto, visti i maggiori costi di produzione, ma fino a pochi anni fa poteva restare sul mercato grazie a dei dazi doganali alti, che rendevano poco conveniente il riso orientale, che altrimenti sarebbe entrato in Europa a un prezzo molto basso.

Negli ultimi anni, a causa dell’entrata in vigore di trattati internazionali di libero scambio, in modo particolare l’EBA (Everything But Arms), con Cambogia e Myanmar/Birmania e il trattato bilaterale con il Vietnam, i dazi doganali sono stati azzerati, e sui mercati europei sono entrate enormi quantità di riso orientale ad un prezzo che ha reso non competitivo quello europeo.

L’entrata in vigore di trattati internazionali di libero scambio ha aperto le porte al riso asiatico, molto più economico

La produzione europea, e in particolare italiana e spagnola, è rimasta economicamente vitale grazie alla maggiore qualità rispetto a quella asiatica, e in particolare grazie alle varietà selezionate per le specialità culinarie tradizionali, come il risotto (varietà Carnaroli e Vialone Nano) o la paella (varietà Bahía, Sénia, Tebre, Bomba e altre), ma i produttori asiatici stanno coltivando le stesse varietà nei loro Paesi, affiancandole alle varietà asiatiche tradizionali (ad esempio il Basmati) che costituivano il grosso delle esportazioni asiatiche in Europa, da quando si è diffusa la moda dei risi orientali.

paella

La paella spagnola, con utilizzo di diverse varietà di riso

La nuova tendenza è anche l’importazione di riso asiatico già confezionato in pacchi da 1 kg, mentre prima si trattava solo di riso grezzo (risone) che veniva lavorato nelle riserie europee.

L’Unione europea ha riconosciuto la DOP (Denominazione d’origine protetta) a un riso italiano, il “Riso di Baraggia Biellese e Vercellese” e a due risi spagnoli, “Arroz del Delta del Ebro” e “Arroz de Valencia” e la IGP ai risi italiani “Riso Nano Vialone Veronese” e “Riso del Delta del Po” e al “Riz de Camargue francese”.

La situazione è resa peggiore dall’entrata in vigore, il 13 dicembre 2013, del nuovo regolamento europeo sull’etichettatura degli alimenti, il 1169/2011, secondo il quale sulle confezioni degli alimenti non è più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione (come invece disposto dalla vecchia norma italiana, il decreto legislativo 109/1992) ma solo il cosiddetto “operatore del settore alimentare”, che è il soggetto che si prende la responsabilità delle indicazioni in etichetta, e che può identificarsi anche con un confezionatore, o addirittura, per i prodotti che recano il marchio di una catena di supermercati, con la ragione sociale della ditta che gestisce la catena stessa.

Non è più obbligatorio indicare lo stabilimento di produzione: l’inganno del riso con nome commerciale italiano…e di provenienza asiatica

Questo significa che una confezione di riso con marchio commerciale italiano, che reca la ragione sociale di una ditta italiana, può tranquillamente contenere prodotto cambogiano o vietnamita, senza alcun obbligo di specificarlo. È ovvio che in questo caso il produttore non può vantare in etichetta l’origine italiana del riso.

La situazione di mercato sta mettendo in gravissime difficoltà i coltivatori di riso europei, in particolare quelli italiani e spagnoli, che non riescono più a rientrare nelle spese che devono sostenere per coltivare.

La coltura del riso: dal Delta del Po al Delta dell’Ebro in Spagna, un’attività secolare

Una risaia

Il riso è una coltura sommersa, che è praticata in zone umide molto sensibili dal punto di vista ambientale, come il parque natural del Delta del Ebro, il Parco naturale interregionale del Delta del Po, le sei aree protette della regione Piemonte sul territorio del riso di Baraggia o il Parc naturel régional de Camargue.

Per consentire la sommersione delle piante di riso, sono state necessari nei secoli lavori ed adattamenti della superficie del suolo, con canali, chiuse, argini e altri lavori di ingegneria idraulica, funzionali solo a questa coltura, visto che nessun’altra produzione agricola si svolge in ambiente sommerso.

L’abbandono delle risaie è irreversibile e determinerebbe la perdita delle aree umide

L’abbandono di queste coltivazioni, e la loro sostituzione con colture tradizionali, in asciutta, sarebbe irreversibile, perché non sarebbe economicamente proponibile, dopo aver distrutto le opere di ingegneria idraulica, ripristinarle, anche se si dovesse verificare una contingenza economica favorevole.

La perdita delle aree umide, sempre meno diffuse, e per questo tutelate dal 1971 dalla Convenzione di Ramsar, porterebbe all’estinzione di numerose specie di mammiferi ed uccelli acquatici, oltre ad anfibi ed invertebrati specifici di quel tipo di ambiente, che ora devono la loro sopravvivenza alla presenza di aree adatte alla loro vita, come le risaie.

È difficile pensare che si possa tornare indietro sui trattati di libero scambio sottoscritti, che comunque avvantaggiano l’Italia e l’Unione europea per le merci che esportano nei paesi asiatici, ma si può ragionare sulle conseguenze delle scelte che ogni consumatore fa quando acquista un prodotto: oggi esistono numerose marche di riso che garantiscono l’origine italiana, grazie al marchio gestito dall’Ente Risi, e si può pensare di ascoltare di meno i messaggi pubblicitari e di più la propria ragione.

Redazione El Itañol

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